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  • mercoledì 7 agosto 2019

    The last dance. Il Parere del Comitato di Bioetica in tema di suicidio assistito e il legislatore latitante. Valeria Cianciolo.

    In attesa che il Parlamento decida se e come intervenire sulla tenuta costituzionale dell'aiuto al suicidio a seguito dell’ordinanza della Corte costituzionale sul caso di Marco Cappato, il Comitato nazionale di bioetica, pur offrendo un differente ventaglio di opinioni tra i suoi componenti, ha approvato  un parere che qui si allega,  prendendo posizione sul tema del suicidio medicalmente assistito sollevato dall’ordinanza n. 207/2018 della Corte costituzionale in merito al caso di Marco Cappato e alla sospetta illegittimità costituzionale dell’art. 580 del codice penale. 
    Alcuni membri del CNB hanno manifestato la netta contrarietà alla legittimazione, sia etica che giuridica, del suicidio medicalmente assistito, e convergono nel ritenere che la difesa della vita umana debba essere affermata come un principio essenziale in bioetica, quale che sia la fondazione filosofica e/o religiosa di tale valore, che il compito inderogabile del medico sia l’assoluto rispetto della vita dei pazienti e che l’ agevolare la morte” segni una trasformazione inaccettabile del paradigma del “curare e prendersi cura”.
     Altri membri del CNB sono favorevoli sul piano morale e giuridico alla legalizzazione del suicidio medicalmente assistito sul presupposto che il valore della tutela della vita vada bilanciato con altri beni costituzionalmente rilevanti, quali l’autodeterminazione del paziente e la dignità della persona.
    Dopo  7 mesi dall'inizio della discussione su diverse proposte di legge sul tema, in Parlamento non si ha il coraggio di prendere una posizione su un tema tanto delicato e voluto dalla maggioranza del nostro Paese. Intanto, si avvicina il 24 settembre, data fissata dalla Consulta per la nuova udienza dove sarà presa la decisione sulla legittimità o meno dell'aiuto al suicidio.

     Valeria Cianciolo


    Nell' ottobre 2018 la Corte Costituzionale nell'ambito del "caso Cappato", all'esito dell'udienza del 23 ottobre 2018,“ha rilevato che l’attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti. Per consentire in primo luogo al Parlamento di intervenire con un’appropriata disciplina, la Corte ha deciso di rinviare la trattazione della questione di costituzionalità dell’articolo 580 codice penale all’udienza del 24 settembre 2019.” Il processo è sospeso, settembre è ormai alle porte, ma il legislatore latita. Il diritto a morire, rifiutando i trattamenti sanitari, è stato di recente riconosciuto dal legislatore italiano con la legge n. 219 del 22 dicembre 2017, nella quale vi sono espliciti richiami ai principi sanciti agli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione e agli artt. 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea. La legge non ha introdotto solo la possibilità per ciascun individuo di disporre anticipatamente in ordine ai trattamenti sanitari a cui essere sottoposto, ma ha anche riconosciuto espressamente il diritto di rifiutare l'idratazione o l'alimentazione artificiale, ha vietato trattamenti terapeutici finalizzati a prolungare la vita ad ogni costo e ha riconosciuto al malato il diritto di scegliere di porre fine alla propria vita in stato di sedazione profonda nel caso di "sofferenze refrattarie alle cure." Da tutti i leading cases italiani sulla materia, nonché dalla normativa vigente, emerge il riconoscimento di diritto fondamentale dell’uomo all’autodeterminazione rispetto a trattamenti terapeutici (che comprende il rifiuto di cure, l’accoglimento e la comprensione delle esigenze del paziente anche durante il processo di morte, anche quando si è ormai prossimi alla morte, la progettazione di una strategia terapeutica condivisa, la cura psicologica e farmacologica del dolore) nella ricerca di un percorso anzitutto “esistenziale”, prima ancor che curativo, che abbia il suo fulcro e fine nel rispetto dell’identità del malato. Tuttavia, non ha riconosciuto il diritto al "suicidio assistito" secondo le modalità scelte dai singoli. Né la Corte costituzionale né la Corte di Strasburgo hanno finora riconosciuto il rango di diritto fondamentale al diritto a porre fine alla propria vita in modo dignitoso, sebbene, si possa individuare, nella giurisprudenza europea dei diritti dell’uomo, un trend di ampliamento del riconoscimento all’autodeterminazione in relazione a pratiche in senso lato eutanasiche. Ma la Corte non si è mai spinta sinora fino al punto di imporre a tutti gli Stati parti della Convenzione, la liceizzazione di tali pratiche. Detto questo, la nostra Corte Costituzionale ha preferito rimettere la questione al legislatore, rinviando così la decisione di un anno. Perché? Dall’ordinanza della Corte di Assise del Tribunale di Milano che ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p. nella parte in cui incrimina l’aiuto al suicidio, emerge come gli argomenti per dichiarare l’incostituzionalità della
    fattispecie siano molto limitati: i giudici rimettenti fondano il loro ragionamento, sul valore dell’autodeterminazione e sull’assimilazione dell’aiuto al suicidio con l’interruzione di cure salva vita. Questa sovrapposizione dei concetti presenta delle criticità. Ci si deve chiedere se la dipendenza del soggetto sottoposto a terapie necessarie quoad vitam permetta di superare la differenza che sussiste tra il cagionare la morte che contraddistingue l’omicidio del consenziente e l’agevolare il suicidio dall’aiuto al suicidio. Se ci si muove dalla prospettiva del consenziente, le due situazioni possono essere assimilate. Tuttavia, se si guarda al destinatario del precetto è evidente che si tratta di due ipotesi fattualmente e giuridicamente diverse. La Corte, pur affermando di non condividere o di condividere solo in parte, la linea fissata dal legislatore, afferma di non avere la possibilità di rimediarvi o perchè diverse sono le soluzioni adottabili o perchè la soluzione è ancorata, a sua volta, ad un quadro di riferimento più ampio o per il pericolo che un vuoto legislativo produca nell’ordinamento una nuova incostituzionalità o per tutte queste cose insieme. Cosa può succedere in questi casi? La consapevolezza da parte della Corte della possibilità che una pronuncia di accoglimento produca effetti che vadano oltre la mera dichiarazione di incostituzionalità della norma impugnata, con un impatto notevole all’interno dell’ordinamento, induce prudenzialmente il Giudice delle leggi a ritardare l’accoglimento della questione, per dare tempo al Parlamento di intervenire attraverso un monito. Monito al quale la Consulta ricorre quando, per varie ragioni, pur riscontrando l’esistenza di situazioni di problematica compatibilità (se non di radicale incompatibilità) della legislazione con il dettato costituzionale, ritiene di non poter giungere ad una dichiarazione di incostituzionalità, invitando il legislatore ad intervenire per sanare il vizio di costituzionalità ed a modificare la disciplina oggetto del sindacato, in modo tale da renderla conforme a Costituzione. Giocoforza, sulle vicende fine vita, a ben vedere, più che il controllo giurisdizionale può il legislatore e in una prospettiva di riforma si possono delineare due direttrici di fondo: quella basata sulla tutela della vita come regola e la prevalenza dell’autodeterminazione, in ipotesi specifiche, come eccezione; e quella fondata, viceversa, sulla tutela dell’autodeterminazione sostenuta però, da procedure volte a verificare l’autenticità della libera scelta. Questo sinteticamente il quadro di una complessa vicenda che non tocca solo il caso Cappato, ma riguarda tutti. Nei giorni scorsi, il Comitato di Bioetica ha dato un suo parere, ma non ha espresso una posizione chiara. All'interno del Comitato, si sono avuti tre schieramenti. Il primo ha evidenziato come l’eventuale legittimazione del suicidio assistito rappresenti “un vulnus irrimediabile al principio secondo il quale compito primario e inderogabile del medico sia l’assoluto rispetto della vita del paziente”, risultando impossibile accertare, oltre ogni ragionevole dubbio, “la pretesa volontà suicidaria del paziente, assunta come volontà pienamente informata, consapevole, non sottoposta a condizionamenti psicologici, familiari, sociali, economici o religiosi.” Questo fronte ha evidenziato il rischio che un’ipotetica apertura al suicidio assistito possa facilitare “un progressivo superamento dei limiti che si volessero
    eventualmente indicare, come appare assolutamente evidente in quegli ordinamenti che, avendo legalizzato il suicidio medicalmente assistito, l’hanno di fatto esteso indebitamente ai minori, a soggetti psicologicamente e/o psichiatricamente fragili, agli anziani non autosufficienti.” Il pendio scivoloso. Questa posizione è stata sostenuta da Amato, D’Agostino, Dallapiccola, Di Segni, Garavaglia, Gensabella, Morresi, Romano, Palazzani, Scaraffia e Sargiacomo. Altri membri del Cnb hanno invece affermato la necessità di legalizzare il suicidio assistito in nome del principio etico di autodeterminazione: “Si reputa che il bilanciamento di valori favorevole all'aiuto al suicidio medicalmente assistito sia eticamente e giuridicamente legittimo perché la persona – hanno spiegato Battaglia, Caltagirone, Caporale, Casonato, d’Avack, De Curtis, Donzelli, Garattini, Mori, Pitch, Savarino, Toraldo di Francia e Zuffa - ha diritto di preservare la propria dignità anche e soprattutto nelle fasi finali della vita”. Per sposare questa strada occorre che però, vi siano delle condizioni che poi sono quelle espresse nell’ordinanza della Corte costituzionale: a. la presenza di una malattia grave e irreversibile accertata da almeno due medici indipendenti (uno dei quali del SSN); b. la presenza di uno stato prolungato di sofferenza fisica o psichica di carattere intrattabile o insopportabile per il malato; c. la presenza di una richiesta esplicita espressa in forma chiara e ripetuta, in un lasso di tempo ragionevole. Infine, altri due membri del Cnb (Canestrari, Da Re) hanno sottolineato la loro  contrarietà al suicidio assistito, ma consapevoli che la libertà di autodeterminazione possa ssere emanifestata solo “in un contesto concreto in cui i pazienti godano di un'effettiva e adeguata assistenza sanitaria, ove possano accedere a tutte le cure palliative praticabili - compresa la sedazione palliativa profonda - e nel quale siano supportati da una consona terapia medica, psicologica e psichiatrica.” Il potenziamento della terapia del dolore e delle cure palliative “non possono eliminare del tutto le richieste di assistenza medica a morire, ma - concludono i due esperti - potrebbero ridurle in maniera significativa, escludendo quelle dettate da cause legate ad una sofferenza alleviabile.” Questi gli schieramenti. Ma nessuna soluzione. Proviamo invece a pensare che dietro la richiesta di partecipazione al suicidio, non c'è la volontà e neppure il coraggio di quella scelta, ma ben altro. Solo la richiesta di compassione, di amore, di salvezza. Che ciascuno di noi potrebbe un giorno chiedere.