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  • venerdì 3 maggio 2019

    La gelosia che scatena la violenza omicida può essere presupposto per la concessione delle attenuanti generiche? Corte d'Assise d'Appello di Bologna, sent. 8 febbraio 2019.

    Dramma della gelosia. Tutti i particolari in cronaca

    Nota a Corte d'Assise d'Appello di Bologna, 8 febbraio 2019

    di Valeria Cianciolo

    Avete presente il bellissimo film di Scola “Dramma della gelosia. Tutti i particolari in cronaca”? Ecco. Il caso riportato da tutti i giornali sul caso dell'uomo riminese che ha ucciso strangolando la compagna, ricorda quel film.

    Il GIP-GUP di Rimini condannava l'imputato del delitto p. e p. dall'art. 575 in relazione agli artt. 577 nr. 4 e 61 n. 1 c. p. poiché strangolava la persona offesa, provocandone la morte, con l'aggravante di aver agito per motivi abbietti e futili consistiti nell'aver commesso il fatto in seguito alla manifestata volontà da parte della donna, di voler interrompere la relazione sentimentale e di non volerlo ascoltare.

    L'imputato nel corso dell'interrogatorio al pubblico ministero dice: "ho perso la testa perché lei non mi voleva dare ascolto. Ricordo che mentre la strangolavo le dicevo 'devi essere mia e di nessun altro '. Quando l'ho incontrata volevo solo chiarire e i due motivi che mi hanno fatto perdere la testa sono stati il fatto che lei non mi stava a sentire e mi voleva lasciare." Un po' come diceva nel film di Scola, Oreste, interpretato da uno straordinario Marcello Mastroianni: Magari sto a parla' e lei è distratta, evasiva coll'occhio perso chissà dove. Come faccio a spiegartelo? Ce so' cose che nun se spiegano, Ughe', però te dico che Adelaide nun è più la donna de prima. Che è cambiato, dirai te. Eh, so' cosette imparpabili. Che te devo dì? È come quando che l'estate sta pe' finì. Sì, er sole ce sta sempre ma nun ce sta niente da fa, nu' lo senti ...”

    La sentenza riminese era appellata dal difensore dell'imputato che chiedeva: l) l'esclusione delle aggravanti o comunque, il riconoscimento delle attenuanti generiche, con rideterminazione della pena nel minimo.

    La Corte d'Appello di Bologna ha condiviso la decisione del primo giudice e confermato la sussistenza dell'aggravante di cui all'art. 61 n.1) c. p., ma non ha condiviso la decisione di negare l'applicazione delle circostanze attenuanti generiche, rideterminando così la pena edittale abbassandola a soli 16 anni.

    Quindi, il giudice ha riconosciuto la gelosia, ai sensi dell'art. 61 n. 1 c.p., come motivo abietto e futile. E per motivo abietto, si deve intendere quello turpe, ignobile, spregevole, vile e così ingiustificabile per la sua abnormalità di fronte al sentimento umano da suscitare un profondo senso di ripugnanza e disprezzo in ogni persona di media moralità; il motivo futile, invece, è da intendersi quello che ha provocato l'azione delittuosa in maniera del tutto sproporzionata e che, pertanto, viene considerato dalla coscienza collettiva riprovevole, banale ed inconsistente. Poichè la passione è una componente dell'animo umano, uccidere per gelosia o per spirito di possesso è un motivo riprovevole, ma non futile.

    Il motivo abietto è stato, dunque, escluso quando il reato sia stato determinato da sentimenti di affetto e di amore propri di ogni essere umano, sia esso omosessuale ovvero eterosessuale1, nonché dalla gelosia, purché il fatto non sia commesso per spirito punitivo nei confronti della vittima considerata come propria appartenenza2, dal fine di recuperare la propria libertà sentimentale. E nel caso in esame, l'aggravante è stata riconosciuta proprio per l'intento punitivo dell'imputato nei riguardi della vittima.

    L'aggravante è, dunque, esclusa quando il reato sia commesso per gelosia, atteso che questa costituisce uno stato passionale che per la coscienza collettiva non è tale da costituire una ragione inapprezzabile di pulsioni illecite3.

    Tuttavia, uccidere perchè non si tollera che la persona su cui si è affermato il proprio dominio si sottragga al potere del reo affermando il diritto a vivere la propria vita, è, secondo il sentire comune, motivo abietto.

    Se da un lato, la corte d'assise d'appello felsinea ha riconosciuto l'aggravante ex art. 61 n. 1 c.p. perchè ne ha intravisto l'intento punitivo, al contempo, ne ha riconosciuto le circostanze attenuanti generiche ex art. 62-bis c.p. che comportano una rideterminazione della misura della pena.

    Le circostanze attenuanti generiche sono previste dal legislatore con riferimento a non preventivabili situazioni che incidono sull'apprezzamento della «quantità» del reato e della capacità a delinquere dell'imputato e sono finalizzate al più congruo adeguamento della pena in concreto, poiché vi possono essere situazioni, integranti una fattispecie penale, in cui la concretezza della vicenda richiede un intervento correttivo del giudice che renda, di fatto, la pena rispettosa del principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.) e conforme alla finalità rieducativa richiesta dall'art. 27, 3° co., Cost., di cui la congruità costituisce un elemento essenziale4.

    Il carattere indefinito delle circostanze attenuanti generiche, la cui applicazione è subordinata alla individuazione giudiziale di situazioni, diverse da quelle già considerate dal legislatore, che meritino una attenuazione della pena, solleva il più ampio problema della discrezionalità penale e dei rapporti tra l'art. 62 bis e l'art. 133 c. p. E l’art. 62-bis c.p. non individua, né specifica, le situazioni in presenza delle quali le circostanze attenuanti generiche devono trovare applicazione, attribuendo al giudice un ampio potere discrezionale, nella determinazione e valutazione degli elementi e dei dati, che possano influire sulla decisione5.

    Tra i comportamenti che possono essere considerati positivamente per il riconoscimento delle circostanze in esame, la giurisprudenza infatti, indica la confessione spontanea del reo, la collaborazione prestata nelle indagini ed ogni altra situazione di manifesto ravvedimento che non sia già configurata come attenuante6.

    Nel caso di specie, la Corte ha riconosciuto le attenuanti sulla base della spontanea confessione dell'imputato e l’aver tentato di iniziare a risarcire la figlia minore della vittima (il che, ad avviso dei giudici, «lascia intravedere una presa di coscienza dell’enormità dell’azione compiuta»).

    1Cass. pen. sez. I, 12/3/2009, n. 16968.

    2Cass. pen. sez. V, 22/9/2006, n. 35368; Cass. pen. sez. I, 22/9/1997, n. 9590.

    3Cass. pen. sez. I, 8/4/2009, n. 18187.

    4Lombardo, Circostanze, in Digesto pen., agg., V, Torino, 2010, 87.

    5Bricola, La discrezionalità nel diritto penale, Milano, 1965.

    6 Cass. pen. Sez. I Sent., 21/03/2017, n. 42208 Cass. pen. Sez. III, 29/10/2015, n. 50565.