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La mancanza di prova circa i rapporti sessuali tra i presunti genitori biologici non preclude ulteriori prove come quella ematologica potendo in tale contesto il giudice trarre argomenti di prova dal rifiuto dell'interessato a sottoporsi alla prova ematol - Cass. sez. I, 3 aprile 2003, n. 5116

Giovedì, 3 Aprile 2003
Giurisprudenza | Filiazione | Filiazione | Filiazione

- Prova ematologica -
È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 269 cod. civ., (ove interpretato nel senso che la mancanza della prova di rapporti sessuali tra la madre ed il presunto padre nel periodo del concepimento non precluda l'esecuzione di ulteriori indagini e la valutazione degli altri elementi di prova), per supposto contrasto con l'art. 30, comma 4, cost., il quale dispone che la legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità. Invero, la norma costituzionale in questione rimette al legislatore ordinario la fissazione delle norme e dei limiti per la ricerca della paternità naturale, senza stabilire vincoli di contenuto, e l'ultimo comma dell'art. 269 cod. civ. - secondo cui la sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre ed il preteso padre all'epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità naturale - costituisce di per sè una limitazione di carattere probatorio, ma non prescrive che l'esistenza di tali rapporti debba risultare in ogni caso da una prova specifica sul punto, dovendo anche tenersi conto del comma 2 della medesima disposizione, secondo cui la prova della paternità e della maternità può essere data con ogni mezzo, e, inoltre, ogni valutazione sulla adeguatezza e sufficienza dei limiti probatori appartiene alla considerazione discrezionale del legislatore, non fissando la citata norma costituzionale alcun canone in proposito. L'art. 269 cod. civ., nella sua attuale formulazione, non pone alcun limite in ordine ai mezzi di prova della paternità naturale, prova che può quindi fondarsi su elementi indiziari; in particolare, la dimostrazione dell'esistenza di rapporti sessuali tra madre e preteso padre durante il periodo del concepimento non ha carattere di indefettibilità, con la conseguenza che anche in mancanza di prova circa tali rapporti, il rifiuto ingiustificato del preteso padre di sottoporsi agli esami ematologici costituisce comportamento valutabile ai sensi dell'art. 116, comma 2, c.p.c. E' manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale - per violazione degli art. 13, 15, 24, 30 e 32 cost. - del combinato disposto degli art. 269 cod. civ. e 116 e 118 c.p.c., ove interpretato nel senso della possibilità di dedurre argomenti di prova dal rifiuto del preteso padre di sottoporsi a prelievi ematici al fine dell'espletamento dell'esame del Dna. Invero, dall'art. 269 cod. civ. non deriva una restrizione della libertà personale, avendo il soggetto piena facoltà di determinazione in merito all'assoggettamento o meno ai prelievi, mentre il trarre argomenti di prova dai comportamenti della parte costituisce applicazione del principio della libera valutazione della prova da parte del giudice, senza che ne resti pregiudicato il diritto di difesa, e, inoltre, il rifiuto aprioristico della parte di sottoporsi ai prelievi non può ritenersi giustificato nemmeno con esigenze di tutela della riservatezza, tenuto conto sia del fatto che l'uso dei dati nell'ambito del giudizio non può che essere rivolto a fini di giustizia, sia del fatto che il sanitario chiamato dal giudice a compiere l'accertamento è tenuto tanto al segreto professionale che al rispetto della l. 31 dicembre 1996 n. 675.

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